Il silenzio dei vinti

Il segretario di stato americano, John Kerry, ha portato con sé a Ginevra una pattuglia di esperti di armi chimiche per scrutare a fondo la credibilità della risoluzione diplomatica alla crisi siriana congegnata da Vladimir Putin e accettata – ma per il momento sono soltanto parole –  da Bashar el Assad, a condizione però che l’America “smetta di aiutare i terroristi”, cioè di inviare armi ai ribelli. La macchina della diplomazia con il sigillo dell’Onu si è rimessa in moto, ma la politica dell’improvvisazione di Barack Obama mostra che nella partita ci sono già dei perdenti. Raineri La catastrofe siriana fa splendere il russo Putin di una nuova grandeur
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New York. Il segretario di stato americano, John Kerry, ha portato con sé a Ginevra una pattuglia di esperti di armi chimiche per scrutare a fondo la credibilità della risoluzione diplomatica alla crisi siriana congegnata da Vladimir Putin e accettata – ma per il momento sono soltanto parole – da Bashar el Assad, a condizione però che l’America “smetta di aiutare i terroristi”, cioè di inviare armi ai ribelli.
La macchina della diplomazia con il sigillo dell’Onu si è rimessa in moto, ma la politica dell’improvvisazione di Barack Obama, al quale è bastato un cenno di Mosca per passare dai tamburi di guerra a un fragile negoziato per ottenere la consegna delle armi chimiche di Assad, mostra che nella partita ci sono già dei perdenti. L’Onu, innanzitutto. Se anche il segretario generale, Ban Ki-moon, parla di un “fallimento collettivo” in Siria, significa che il potere negoziale del Palazzo di vetro è prossimo allo zero.
Nel 2005 l’Onu ha adottato il principio della “responsabilità di proteggere”, ovvero l’obbligo di evitare genocidi, massacri e atrocità come quelli in Ruanda e nei Balcani, dai quali discende l’idea della grande riforma onusiana. La verità, ammette Ban Ki-moon, è che “le atrocità continuano e noi continuiamo a non riuscire a proteggere le popolazioni” e l’incapacità di “impedire crimini di massa in Siria negli ultimi due anni e mezzo è una responsabilità che rimarrà sulle Nazioni Unite e sui suoi membri”. A mitigare parzialmente il senso di impotenza che promana dal Palazzo di vetro potrebbe essere il rapporto degli ispettori sulle armi chimiche che sarà presentato a Ban Ki-moon lunedì. Secondo indiscrezioni diplomatiche raccolte dalla rivista Foreign Policy, le prove raccolte dal team dello scienziato svedese Ake Sellström tendono a dimostrare che Assad, e non l’opposizione, è il responsabile dell’attacco con il gas sarin del 21 agosto che, secondo gli Stati Uniti, ha fatto 1.429 morti. Il mandato degli ispettori è quello di stabilire se e in che misura siano stati usati ordigni chimici, in violazione delle convenzioni internazionali, non di decretare il colpevole; tuttavia, dicono le fonti, “dalle prove circostanziate si potrà facilmente dedurre l’identità dell’autore”. Questo potrebbe determinare l’ennesima svolta in un negoziato in cui il broker fondamentale, la Russia, sostiene con ostinata convinzione che siano stati i ribelli a lanciare i missili chimici. Nel frattempo il regime siriano ha inviato all’Onu la documentazione per accedere al bando internazionale sulle armi chimiche, preludio allo smantellamento che Assad promette di cominciare un mese dopo l’adesione al trattato.
“La forza dell’Onu è data dalla volontà dei suoi membri, in sé è una scatola vuota”, dice al Foglio P. J. Crowley, ex portavoce del dipartimento di stato. “Ha dimostrato nel caso della Siria la sua sostanziale incapacità di fermare un massacro in assenza di un accordo fra i membri del Consiglio di sicurezza, debolezza che è prevista dal suo statuto ma è anche il frutto dell’uso strumentale che gli stati fanno dell’Onu”, spiega. L’influenza del Palazzo di vetro in Siria, semmai, inizia ora che le parti cominciano a dialogare per trovare una soluzione diplomatica, e già si scontrano sulla forma che l’eventuale accordo dovrebbe assumere. Una risoluzione del Consiglio di sicurezza, come chiedono gli americani, o una blanda dichiarazione del suo presidente, opzione non vincolante che i russi pongono come condizione necessaria del dialogo? “Questo, ammesso che i dialoghi producano qualcosa, è il primo problema – dice Crowley – Il secondo problema sarà quello della messa in sicurezza dell’arsenale chimico di Assad. Il Pentagono dice che servono 75 mila soldati per prendere il controllo delle migliaia di tonnellate di armi che si pensa il regime abbia, ma chi ce li mette i soldati? Obama ha promesso ‘no boots on the ground’ e altri attori dell’area che potrebbero mettere a disposizione le loro forze sono troppo invischiati nei meccanismi della lotta fra sciiti e sunniti per offrire garanzie. I Caschi blu sono l’opzione più credibile, ma bisogna negoziare un mandato e capire i dettagli. L’Onu in questa storia entra in scena a giochi fatti”.
L’altro sconfitto della partita è la leadership americana. Obama ha accettato di lasciare a Putin il posto privilegiato nel proscenio diplomatico in cambio del congelamento di un attacco militare impopolare e vincolato al voto del Congresso, dominato da un’eterogenea fazione di oppositori. Un voto contrario sarebbe un disastro politico, ma è lui stesso ad averlo propiziato rinunciando a usare il potere di commander in chief per cercare la legittimazione del ramo legislativo. L’obiettivo di queste manovre, dominate dalla logica della reazione ai condizionamenti esterni più che da una linea politica positiva, è “rovesciare il tavolo”, dice Crowley. “C’è molta improvvisazione nelle decisioni di Obama, questo è vero, ma niente per lui conta più del risultato. Il suo calcolo funziona così: se le trattative vanno a buon fine la crisi si risolve senza un intervento militare e le conseguenze politiche che comporta. Se il negoziato si rivela un bluff della Russia per prendere tempo, Obama è in una posizione più forte rispetto a quella in cui era due settimane fa. Potrà dire di avere fatto di tutto per evitare l’attacco, e il Congresso non potrà non tenerne conto”. Un calcolo sottile, forse anche scaltro, che però è legato a decisioni che si prendono a Mosca, a Damasco o a Ginevra, non a Washington.